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Il cibo ci racconta molto sulla vita, l'ambiente ed i costumi
di un popolo.
Esso assume spesso la valenza di un rituale quotidiano e che,
soprattutto in un'era di prodotti contraffatti ed uniformati,
diventa un fatto di cultura ed uno strumento per ritrovare
le tradizioni e ricercare le nostre radici.
La cucina delle valli occitane è spesso definita "povera"
e questo è in parte vero poiché la difficoltà
a coltivare in zone impervie e la scarsa durata della stagione
calda, non consentono la coltivazione di una grande varietà
di prodotti.
Dopo la scoperta dell'America furono
importate e coltivate una serie di piante che sono diventate
parte integrante della cucina di base. Molto importante fu,
nel Settecento, l'introduzione della patata ad opera di un
agronomo di Cuneo, Vincenzo Virgilio:
per diffonderne la coltivazione arrivò ad offrire dei
tuberi di patate, chiusi in scatole finemente intarsiate alle
dame delle famiglie nobili di Torino.
La cucina delle "Valades Occitanes"
si differenzia parecchio a seconda delle stagioni, in quanto
ci si basa sui prodotti che la natura offre nei diversi periodi
dell'anno per preparare le pietanze.
L'allevamento rappresentava e rappresenta tuttora, l'attività
principale del territorio montano ed ovviamente i prodotti
che ne derivano sono stati per secoli la risorsa principale
dei suoi abitanti.
Il consumo di carne era però limitato a momenti particolari,
le principali ricorrenze erano occasioni per incontrarsi,
per stare insieme, ma soprattutto per mangiare e bere a sazietà;
e tra queste ricordiamo le batiaje, le
giuraje, le nosse e l'arnosse.
I corsi d'acqua, di cui abbondano le Alpi Occidentali, fornivano
varie qualità di pesci tra cui le trote di montagna
ritenute da tutti una vera prelibatezza.
Continuando a parlare di pesce, in tutto il Piemonte, molte
ricette hanno come base le acciughe ed il pesce conservato
in genere (acciughe, baccalà, merluzzo, sarde, ecc),
il quale forniva proteine a poco prezzo; gli anziani ancora
ricordano il detto: "leccare la sarda"
sinonimo di estrema povertà.
L'agricoltura, per quanto sviluppata, non offriva che insalate,
cavoli, coste, spinaci, cipolle, patate e porri; eccellente
era invece la produzione di formaggio grazie alle grandi distese
di pascoli presenti nelle valli.
La polenta diffusa tra la gente umile era invece rifiutata
dalle mense nobili, ma la pietanza col tempo andò anche
a stuzzicare dame e cavalieri.
In queste zone, oltre alla possibilità di degustare
ottimi pranzi, si possono trovare dei prodotti che fanno parte
della storia e delle tradizioni, tenendo presente che, ciò
che noi oggi consideriamo vere e proprie prelibatezze, rappresentavano
in passato, per i montanari, il segno più evidente
della loro estrema povertà.
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